“Contro lo smart working”

Intervista all'autore Savino Balzano

Il concetto di lavoro agile o smart working comprende multipli e plurimi aspetti: dalla flessibilità dell’orario e del luogo della prestazione lavorativa sino a forme di welfare aziendale al fine di agevolare i lavoratori genitori o impegnati nell’assistenza parentale.

Un elemento essenziale della normativa vigente è la parità di trattamento degli smart workers rispetto ai loro colleghi.

È davvero così?

«No, non lo è davvero. Sono da tempo giunto alla conclusione che il più grosso problema da affrontare quando si tratta di diritti dei lavoratori sia quello della loro stessa effettività, della loro stessa materialità ed esigibilità. Anche quando le norme sono protettive, guarda ad esempio il caso della salute e sicurezza, in realtà non producono l’effetto desiderato: nel 2021 in Italia abbiamo contato circa mille morti sul lavoro.

Non è vero che si lavora da dove si vuole: dimenticate quello che vi raccontano in televisione, la gente che lavora dalla crociera (che poi tocca pagarla…), dal bosco, dalla piscina o dal mare. Sono tutte fesserie. Quello che si sta facendo è molto semplice: normalizzare l’emergenza. E, dunque, costringere gli individui tra le mura domestiche.

Devo essere sintetico per ragioni di spazio, ma anche la questione della parità di trattamento è una sciocchezza: chi lavora da casa ha tutele molto più fragili in materia di salute e sicurezza e retribuzioni più basse, perché non si riconosce il buono pasto e non si retribuisce lo straordinario.

Ultima questione: io nutro profonda antipatia per l’idea del welfare aziendale perché non dovrebbe essere necessario, dal momento che credo nell’universalità di certi diritti che devono essere garantiti dallo Stato ai sensi della Costituzione. Detto questo, lo smart working non può essere inteso come forma di welfare aziendale: è, e deve rimanere, semplicemente un’altra forma di prestazione lavorativa, da contenere e regolare».

Lo smart working implica una rivoluzione culturale, giacché scassina alla base consuetudini ed approcci consolidati nel mondo del lavoro subordinato, fondandosi su una cultura orientata ai risultati nonché su una valutazione legata alle reali performance.

Non si rischia di accendere gare, competizioni, sfide, intaccando irrimediabilmente la possibilità dei lavoratori di farsi comunità?

«Io non parlerei asetticamente di consuetudini e approcci: proverei a tingere i concetti di giudizi di valore perché ciò che si intende scassinare sono i diritti delle donne e degli uomini sui luoghi di lavoro. Questo ovviamente a prescindere dallo smart working che è l’ultima trovata. Il lavoro dipendente si basa sul fatto che il lavoratore concede il proprio tempo, che poi è il “materiale” di cui è fatta l’esistenza, in cambio di una retribuzione. Il superamento di questo elemento di partenza significherebbe uno stravolgimento del paradigma lavoro dipendente, ovviamente animato dal tentativo di scaricare sulle lavoratrici e sui lavoratori il rischio d’impresa. Più volte si è proposto, nello smart working, di superare il concetto di tetto massimo di ore di lavoro: sarebbe una catastrofe.

Sul tema del “merito”, poi, poco da dire: propaganda spicciola. Produttività e competitività devono essere ovviamente coltivate, ma non possono diventare la priorità assoluta per il sindacato che ne parla ossessivamente negli accordi recentemente sottoscritti: per il sindacato al centro devono esserci la libertà e la dignità».

Tale filosofia manageriale, essenzialmente fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità ed autonomia nella scelta degli orari, senza una precisa individuazione dei tempi di lavoro, come prevede di conteggiarli e, susseguentemente, di retribuirli?

«Ma non è assolutamente vero che si voglia restituire alle persone la libertà perduta: questo è quello che raccontano loro. Se lo ricorda quando dicevano che flessibilizzando il lavoro avremmo creato nuovi posti di lavoro e rilanciato l’economia? Se lo ricorda quando dicevano che indebolendo l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori avremmo attratto fiumi di capitali e fatto schizzare gli investimenti? È chiaro che non le verranno mai a dire la verità, ovvero che era becera precarizzazione orientata a disegnare i rapporti di forza in vantaggio del capitale finanziario. Qui è uguale: la gente lavora di più, chiusa dentro casa, ed è pagata di meno. Peraltro le conseguenze anche in questo caso sono democratiche e di potere: le persone saranno isolate, la comunità del lavoro già debole si sfibrerà ulteriormente, e quindi non saranno in grado di pretendere il rispetto e il miglioramento della normativa. Le cose peggioreranno gravemente. Poi c’è la questione del corpo e della fisicità su cui insisto sempre: occupare uno spazio ha significato, significato politico, determina la conquista di una posizione. Gli assenti perdono, c’è poco da fare».

Spesso si tende a confondere ed a sovrapporre smart working e telelavoro. Tali modalità di gestione del rapporto lavorativo in quali aspetti differiscono?

«Ci hanno raccontato infatti che lo smart working sia l’innovazione del secolo: frutto del flusso ineluttabile e ineludibile del progresso. Anche questa narrazione ha uno scopo: far sentire inadeguato chiunque provi ad avanzare delle perplessità, inducendo peraltro gli altri a considerarlo antistorico, luddista, ideologico nel senso negativo del termine. La verità è che lavorare da remoto è possibile da decenni e il telelavoro è uno dei sistemi possibili: lavori da casa con tutti i diritti previsti per chi lavora in presenza. È proprio per questo che il telelavoro non piace alle multinazionali! Allora si è deciso di prendere tutte le rigidità del telelavoro, ad esempio il fatto che si debba lavorare da casa, erodendo però tutti i diritti che esso prevede: il risultato è lo smart working emergenziale che abbiamo conosciuto e che adesso si vuole normalizzare».

Il decreto legge 221/2021, che proroga lo stato di emergenza dal 31 dicembre 2021 al 31 marzo 2022, estende alcune misure speciali legate al Covid-19 tuttora in vigore in ambito lavoristico. È estesa la possibilità di ricorrere allo smart working con modalità semplificate, cioè senza l’accordo individuale tra azienda e singolo dipendente e con notifica telematica e massiva al ministero del lavoro.

Può commentare questa misura?

«In totale franchezza io credo che l’attuale “stato di emergenza” non sia giustificato, se non alla luce del fatto che qualcuno voglia sfruttarlo animato da finalità di potere. Il Green Pass, ad esempio, è una misura incostituzionale, inutile e liberticida: non serve assolutamente a nulla, ormai scricchiola palesemente, eppure si insiste nel volerla rafforzare. A mio avviso dobbiamo ricostruire la nostra normalità (non tornarci! Perché ce l’avevano già tolta) e orientare il nostro vivere civile alla Costituzione.

Non dobbiamo inventarci nulla, nessuno sforzo è richiesto, basta leggere la Costituzione».


Savino Balzano è nato a Cerignola che – ricorda orgogliosamente – ha dato i natali a Giuseppe Di Vittorio. Sindacalista, si occupa di Diritto del lavoro e attualmente svolge un dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell'Università La Sapienza. Ha scritto Contro lo smart working (Laterza, 2021) e Pretendi il lavoro! L'alienazione ai tempi degli algoritmi (GOG, 2019). Fromboliere de La Fionda, collabora con L'Antidiplomatico.

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Giusy Capone

Sono Giusy Capone, insegno Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina. Sono una redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni".
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