Deleuze: tagli, macchine e processi di soggettivazione

I processi di soggettivazione e la società del controllo

“Un campo trascendentale si distingue dall'esperienza in quanto non si riferisce a un oggetto né appartiene a un soggetto (rappresentazione empirica). Inoltre, si presenta come pura corrente di coscienza a-soggettiva, coscienza pre-riflessiva impersonale, durata qualitativa della coscienza senza io. Può sembrare curioso che questi dati immediati possano definire il trascendentale: si parlerà di empirismo trascendentale, in contrapposizione a tutto ciò che costituisce il mondo del soggetto e dell'oggetto. C'è qualcosa di selvaggio e di possente in un simile empirismo trascendentale. Non è certo l'elemento della sensazione (empirismo semplice), poiché la sensazione è solo un taglio nella corrente di coscienza assoluta” (Deleuze, L’immanenza: una vita…)

“Una macchina si definisce come sistema di tagli che opera in dimensioni variabili secondo il carattere considerato” (Deleuze-Guattari, L’anti-Edipo)

Quando Nietzsche disse che la dimensione umana era totalmente abbandonata a se stessa, dopo aver dato l’annuncio della morte di Dio, morte che, troppo spesso e superficialmente, viene intesa come un manifesto di liberazione, ma che invece annuncia la fine della centralità dell’umana dimensione, nessuno colse immediatamente la gravità di una tale dichiarazione. L’umano non era più il risultato di un’intenzione, né rappresentava più il posizionamento di una necessità metafisica: non aveva più scopo, non doveva più raggiungere nessun ideale di umanità, nessun ideale di felicità, nessun ideale di moralità. In tal senso diventava totalmente assurdo cercare di guidare ancora l’umanità verso una destinazione, diventavano inutili tutti i preti, tutti i pastori e le guide, non esisteva più un orientamento e le stesse rovine storiche non parlavano più a nessuno perché non erano più abitate da alcuna sacralità.

Nello stesso tempo, però, emergeva una nuova configurazione del soggetto, che non era più un contenitore sbiadito di una volontà o di un’essenza interiore, ma diventava immanenza e corporeità di una molteplicità di potenze che non smettevano mai di entrare in contatto con flussi esterni e che, sempre in un processo senza fine, si modificavano e riconfiguravano i soggetti. In tal senso, oggi, si può parlare, per quanto riguarda questo nuovo modo di concepire il soggetto, di soggettivazione. Tanto più la dimensione umana diventa una forza al pari di altre forze, tanto più il pensiero ha bisogno, per adattare tutto questo ad un ritornello, di un piano di immanenza. Si tratta di un corpo che non viene più ritagliato e sezionato per poter essere adattato in modo performante ad una macchina, ma di un corpo-ovulo nel quale filtrano e passano solo intensità, solo potenze: di un corpo senza organi, che diventa un concetto pericoloso proprio quando viene preso in modo unilaterale, così come si farà, volontariamente, in questo breve sguardo.

Rispetto ad un concetto umano strutturato in un determinato modo da una volontà esterna, si de-struttura un soggetto larvale attraversato da continui processi, forze, quadri di visibilità ed enunciati. Ma cosa significa? Cosa vuole dire tutto questo? Solo nel mondo della rappresentazione la dimensione umana può assumere i tratti di un significato sotto un significante, ed il significante diventa il mega-taglio che incasella in modo rigoroso ogni movimento sulla scacchiera del mondo. Ma questo significa anche che gli individui, in quanto processi di soggettivazione, non hanno un rapporto neutrale con la tecnica e quindi la stessa tecnica non può più essere pensata come qualcosa di neutrale, ma diventa essenziale nella formazione dei nuovi soggetti, i quali, non usano la tecnica, ma la innervano, per usare un’espressione di Benjamin.

Se non esiste più una metafisica allora l’umano è abbandonato a se stesso e alle nuove stratificazioni e sedimentazioni di sapere che producono sempre nuovi tagli, nuovi quadri ed in questo scenario l’interazione con i nuovi dispositivi informatici diventa centrale. Se è vero che anche gli animali utilizzano strumenti tecnici, è anche vero che nessun animale istituisce circuiti di sapere attorno agli strumenti che utilizza: li utilizza per poi abbandonarli, non storicizza la tecnica, non assume su di sé sedimentazioni di quella tecnica, la usa senza un archivio di sapere e di supporto, senza nessuna sacralità o feticismo dell’oggetto.

Così come un soggetto non è più dato in modo metafisico per volontà divina, non esiste, in realtà, nessun soggetto assoluto, ma processi di soggettivazione inventati in base all’interazione con il mondo ed in base alle combinazioni imprevedibili con la società e con le sedimentazioni sociali del sapere. Ma questo significa anche che la soggettivazione sarà tanto più complessa quanto più complessa sarà la società con la quale si andrà a rapportare e, nello stesso tempo, tanto più complessi saranno anche i supporti tecnologici con i quali andrà ad interagire. Lo stesso linguaggio può essere considerato come un organo esterno, ma nello stesso tempo dipendente dalle molteplici soggettivazioni che lo ri-determinano in modo incessante. Ma cosa resta di umano, o meglio, come distinguere cosa c’è di umano da ciò che è non-umano? Domanda anacronistica. Tale domanda suona ormai come priva di fondamento, dato che tutto si è sciolto in un oceano di flussi, in un caosmo di sensazioni e sedimentazioni. L’umano non è speciale per ciò che ha dentro, non è speciale perché ha un’anima o altro, ma è speciale solo per le tecniche che ha inaugurato e che gli hanno permesso di tagliare, incidere e sconvolgere il mondo e che, nello stesso tempo, hanno tagliato, inciso e sconvolto se stesso.

Mai come oggi, in un mondo organizzato in processi e programmi, si determina una nuova immagine del pensiero e si può pensare solo in termini di processi e programmi. Tali programmi, per Deleuze, non fanno altro che riscrivere i confini del corpo su un nuovo piano che non risponde più ai concetti di sostanza, essenza, ragione, etc. Ma che risponde a funzioni applicative, regolate da processi in accelerazione costante ed organizzate da particolari contenitori macchinici lanciati su un piano di referenza che continua a calcolare al di là di ogni ragione. Si tratta di capire, per non sbagliare bersaglio, che quando Deleuze parla di macchine intende dei sistemi di taglio ed organizzazione che operano con una doppia pinza sempre in movimento: taglio-organizzazione. Ora, se il soggetto non ha più uno statuto unitario, ma è sciolto in un flusso di singolarità ed informazioni, allora significa che il soggetto diventa la fonte primaria da cui le macchine possono estrarre materia prima per i loro tagli e le loro organizzazioni (pinza-taglio e pinza-organizzazione in movimento continuo). Si hanno diverse tipologie di macchine che operano in questo senso:

·       Flussi di credito o debito per un sistema bancario;

·       Flussi di voti per un sistema universitario;

·       Flussi di dati chimici per un sistema medico;

·       Flussi di cronologie per i siti internet;

Queste sono le macchine (Banche, università, scuole, cliniche, etc.), macchine che raccolgono flussi, li interpretano e li classificano in modo costante, senza fermarsi mai: tagliano e organizzano. Basta un minimo gesto, un minimo spostamento e subito tale impulso viene interpretato e classificato tramite queste macchine. Tali macchine utilizzano classificatori per marcare le persone (studente con la media del 9, studente con la media del 5, criminale, evasore, debitore, creditore, etc.).

A questo punto si dovrebbe introdurre Foucault in modo molto più dignitoso di quanto si possa fare qui, ma questo andrebbe oltre lo scopo di tale esposizione e quindi ci si accontenta di fare un brevissimo cenno al suo lavoro, mortificando, anche in questo caso volontariamente, gran parte del suo pensiero. Seguendo gli studi di Foucault sulle grandi configurazioni sociali del passato, ossia sulle società punitive e sulle società disciplinari, Deleuze ne propone una terza: la società del controllo. Queste società punitive erano basate sui principi della morte pubblica e sulla punizione spettacolarizzata del corpo del suppliziato, decise dalla volontà del sovrano, il quale, però, non era interessato alla vita privata dell’individuo al di fuori del pagamento delle tasse o della violenza contro il potere della corona (tradimento), questo perché di fondo era un potere che: «In mancanza di una sorveglianza ininterrotta, cerca il rinnovamento del proprio effetto nello splendore di manifestazioni eccezionali; di un potere che si ritempra facendo risplendere ritualmente la propria realtà di superpotere»[1]. Nelle successive società disciplinari, invece, si ha già l’introduzione di un principio di regolamentazione della vita stessa e dei corpi attraverso l’organizzazione ed il controllo dello spazio, nasce il concetto di disciplina e così nella fabbrica: «Si cerca di assicurare la qualità del tempo impiegato: controllo ininterrotto, pressione dei sorveglianti, annullamento di tutto ciò che può disturbare o distrarre»[2]. Cosa avviene nelle società del controllo? Ciò che cambia, per Deleuze, con le società del controllo, è che l’accesso stesso alle possibilità della società diventa controllato, non più disciplinato, non c’è più bisogno di disciplinare, e tutto questo è possibile solo grazie ad un alto livello di automazione tecnologica ed alla configurazione di portali attraverso i quali non si accede più per mezzo del corpo, ma per mezzo di codici o password. Non sono più dei corpi docili a dover essere disciplinati, ma sono delle informazioni codificate che devono essere controllate per verificare se sono o meno autorizzate ad aprire determinati piani.

Ovviamente la società di controllo non cancella quella disciplinare, che resta attiva, come ad esempio nell’organizzazione degli spazi, nelle uniformi, nelle figure degli insegnanti, poliziotti, etc., ma tali figure perdono sempre di più autorevolezza, e questo perché non ha più senso disciplinare in una società dove sono proprio i movimenti liberi a permettere profilazioni infinite e quelle profilazioni diventano una fonte di guadagno inimmaginabile. Il concetto stesso di auto-disciplina con i suoi enunciati: Non devi invadere spazi non assegnati! Non parlare! Non muoverti! Stai seduto!; perde sempre più valore. Oggi, al contrario, gli enunciati vanno nel verso opposto: “Invadi tutti gli spazi che puoi! Parla, esprimiti, dici qualsiasi cosa, anzi, parla delle tue cose più intime! Viaggia, organizza viaggi, disperditi! Dai più informazioni che puoi! Interagisci più che puoi! Permettici di accumulare più dati possibili su di te così sapremo meglio cosa venderti e come venderti!

Dal momento che si passa dal concetto di soggetto (blocco rigido e striatoche può essere incasellato ed organizzato perché deve produrre valore), al processo di soggettivazione (insieme di flussi, di singolarità che sciolgono lo spazio striato in una rete infinita di dati dove diventa egli stesso materia prima dal quale estrarre dati e valore da rivendere), non ha più senso disciplinare. Saranno le macchine ad estrarre, in base ai loro specifici obiettivi, flussi che confluiranno nei diversi archivi: per le banche saranno gli indici di credito, per le scuole saranno i voti, per gli ospedali saranno determinati piani e fattori di rischio su base chimica, etc. Anzi, quanto più gli individui saranno lasciati liberi di agire, tante più informazioni produrranno, informazioni che devono essere solo memorizzate e poi organizzate, impacchettate e rivendute ai diversi istituti.

Saranno le stesse macchine ed i processi di automazione che organizzando le informazioni e creando più profili possibili, andranno a prospettare il futuro migliore per ognuno in base ai suoi dati, non più in base ai corpi, non più in base a diritti civili o diritti naturali, ma in base ai dati: non si ha più di fronte un essere umano, ma un flusso di dati che può essere compatibile o meno con una determinata macchina. Non è un caso che l’istruzione, oggi come oggi, non si occupa più tanto della disciplina (meno che mai della materia), ed il ruolo del professore è quello di filtrare i vari dati in un curriculum verticale che, come dicono le stesse linee guida ministeriali, deve diventare infinito, o meglio, deve durare quanto dura la vita professionale dello studente. Questo perché così si può organizzarne la sua possibilità di uscita ed il suo futuro, ma senza disciplinarlo, anzi, nel modo più razionale e libero possibile, cioè nel modo più razionale per la comunità.

Nessuno viene più punito fisicamente per non essere un soggetto prestazionale, ma il fatto stesso di non esserlo, chiuderà alcune porte di accesso ad un determinato futuro ed è proprio questo che fa scattare la corsa all’auto-ottimizzazione: quanto più si diventa prestazionali, quanto più si interagisce con i vari organismi-organizzativi come soggetti prestazioni, tanto più ci si auto-costruisce come soggettivazioni aperte ad una serie infinite di possibilità. Al contrario, al di là del principio di prestazione, si viene esclusi, ma non da un sovrano, non da un potere centrale, ma dai dati stessi, i quali, sono accettati dal soggetto stesso perché parlano la sua stessa lingua. Nessuno può contestare la teologia del dato così come nessuno si sognerebbe di contestare un tramonto: il pacchetto di dati che gli individui producono è la somma di tutti i gesti della loro vita: questi sono stati memorizzati, impacchettati e rivenduti, ma se l’esito di tale profilazione non piace al mercato, la colpa non è di nessuno ed al nuovo essere umano non resta che accusarsi ed accettare la propria emarginazione, non perché ci si trova di fronte ad un sovrano crudele e sadico, ma perché non ci si è costruiti a dovere come soggetti prestazionali e quindi non si è spendibili. Bisogna sapersi vendere meglio e lavorare di più sulla propria immagine e sulle proprie competenze. In una società che fa del mercato il solo principio razionale umanamente accettato, peccare contro il mercato significa peccare contro la vita e contro l’umanità.

«Un uomo che viaggia in automobile verso un luogo lontano sceglie il percorso sulla mappa stradale. Città, laghi e montagne appaiono come ostacoli da aggirare. Ciò che si trova per strada è un sottoprodotto o un annesso dell'autostrada. Numerosi cartelli e insegne indicano al viaggiatore cosa fare e pensare, altri hanno pensato per lui, e forse meglio. Insegne enormi gli dicono quando fermarsi per concedersi una pausa ristoratrice. E tutto ciò è davvero a suo vantaggio, per la sua sicurezza e per la sua comodità, egli riceve ciò che vuole. Ogni protesta è insensata, e l'individuo che insistesse sulla propria libertà di azione risulterebbe pazzo. È un apparato razionale che unisce la massima funzionalità alla massima convenienza, risparmiando tempo e energia, anticipando le conseguenze, promuovendo condizioni di calcolabilità e sicurezza» (Marcuse, Implicazioni sociali della tecnologia moderna, 1941)


Note

[1] M. Foucault, Sorvegliare e punire, trad. it. di A. Tarchetti, Einaudi, Torino 2019, p. 62.

[2] Ivi, p. 164.

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Marco Di Napoli

Laureato in Lettere e Filologia Moderna, studioso di strutturalismo e post-strutturalismo, si dedica da anni allo studio della filosofia contemporanea.
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