Latitudini del disprezzo: l’ultimo uomo e il Weltanpassung

Quando Heidegger, nel suo intenso lavoro su Nietzsche, affronta la questione inerente all’ultimo uomo ne sottolinea principalmente un aspetto, quasi a voler marcare un nucleo concettuale: l’incapacità di disprezzare. Questo è il tratto caratteristico dell’ultimo uomo, ed è una riflessione che attraversa in modo sotterraneo tutta la filosofia di Nietzsche, ma cosa si intende precisamente con disprezzo? A quale tipo di disprezzo pensa Nietzsche?

Esiste una formulazione particolare nella filosofia di Nietzsche: quasi ogni volta che questi propone un argomento, una teoria o una tesi, è solito indicarne anche il punto di rottura, o la possibilità del rovesciamento. Sembra fondamentale per Nietzsche rapportarsi a qualcosa facendo costantemente critica, ed anche nella sua stessa filosofia non fa altro che inserire riflessioni personali, proprio per confrontare l’aspetto teoretico della questione con il suo rovesciamento pratico, rovesciare il contenuto concettuale con ciò che lo mette in movimento – come il tema della potenza del pensiero nel processo di soggettivazione. Ora Nietzsche, quando parla di disprezzo, riconosce l’esistenza di almeno due modi per rapportarsi al disprezzo, e sono due modi che configurano due tipologie totalmente differenti di individui. Disprezzare è sicuramente qualcosa che può capitare a chiunque, ma non basta disprezzare per aver affrontato le piene potenzialità del disprezzo. Pertanto, esiste una modalità del disprezzo che è quella più comune, sgradevole, si tratta del disprezzare ciò che provoca disgusto: «Finché il disprezzare proviene dalla nausea per ciò che è disprezzato, non è ancora il disprezzare supremo; quel disprezzare per nausea è anch’esso sgradevole»[1]. Un disprezzo sgradevole e che rende sgradevole chi lo prova perché è un disprezzo reattivo, il disprezzo di chi rinnega il mondo e vuole rendersi superiore ad esso, condannandolo quando avrebbe voluto possederlo. Ma il vero disprezzo è di tutt’altra natura, si tratta del disprezzo supremo, quel disprezzo che, come ricorda Heidegger, può essere definito come il disprezzo per amore: «Anima mia, io ti insegnai il disprezzo che non si annida come un tarlo, il grande disprezzo per amore, che più ama là dove più disprezza»[2].

Uno dei nuclei filosofici di Heidegger consiste proprio nel proporre l’apertura verso la possibilità come costituzione fondamentale di un pensiero non irrigidito e sclerotizzato. Non è ciò che è già dato, ma ciò verso cui si può risalire che è fondamentale nella ricerca filosofica. La possibilità e l’apertura si collocano così un gradino al di sopra della realtà, al di sopra di una verità dispiegata e calata sul mondo, ed ecco perché per Heidegger il discorso sulla verità deve essere appunto quello della massima apertura, o del disvelamento, e non il discorso dell’adaequatio. Quando Heidegger, o quando Nietzsche parlano del disprezzo per amore, intendono proprio dare il senso di massima apertura e di massima possibilità, che una verità intesa come adaequatio, come calcolo, o come funzionamento, non è in grado di dare. Si tratta quindi di dare un senso di apertura, ma apertura rispetto a cosa? Rispetto all’uomo stabilizzato e codificato, l’uomo che si è fermato e che ha arrestato il mondo perché così il mondo gli fa meno paura. Questo è l’uomo della verità occidentale, dove la verità è intesa come rimedio stabilizzante, quella verità che non ha nulla dell’apertura, ma che diventa difensiva. Si tratta del rimedio di un mondo entificato e sempre più calcolabile, che ha rimosso l’ingovernabile inteso come essenza della vita e dell’uomo. Pertanto, solo se si ama l’essenza ingovernabile dell’uomo, il principio della volontà di potenza come caos (massima apertura), si disprezza l’uomo per come si è accomodato nell’esistenza. In questo caso non si tratta più di un disprezzo che viene dalla nausea, ma dal profondo amore per ciò che vi è di più essenziale nell’uomo – l’inquietante potenza diveniente del creare.

Il circolo della codificazione non solo codifica l’uomo, ma non smette di codificare il mondo, producendo un nuovo processo di soggettivazione, e quindi un nuovo tipo di uomo: l’uomo della società comoda e confortevole, un uomo unidimensionale che funziona ormai perfettamente, ma che è incapace del grande anelito: «Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico»[3]. Si tratta di un uomo che può essere amato solo nel regno della certezza sensibile e del calcolo, perché nell’ottica metafisica, se si tiene conto della potenza essenziale del divenire, appare come un cadavere congelato, incapace anche di morire del tutto: «Ah dov’è ancora un mare in cui si possa annegare: così risuona il nostro lamento ripetendosi su bassure paludose. In verità, siamo già diventati troppo stanchi, anche per morire, così restiamo in veglia e sopravviviamo – negli avelli»[4]. Amare veramente l’uomo significa amare quell’apertura che, tagliando gli spazi rassicuranti delle codificazioni, permette di scorgere il superamento dell’uomo stesso [Übermensch]. Ma il salto verso il superamento è possibile solo là dove si ha in odio il dedurre (la verità della certezza e del calcolo) e ci si lancia verso l’abisso, o ci si allontana dall’abisso verso l’altezza più pericolosa, verso la vetta più alta, che altro non è se non un abisso rovesciato.

Quando si parla dell’ultimo uomo si deve tenere ben presente un tratto fondamentale: l’ultimo uomo non è solamente un soggetto incapace di disprezzare per amore – ma il tratto caratteristico dell’ultimo uomo è l’incapacità di disprezzare tout court. Per l’ultimo uomo non esiste proprio alcuna forma di disprezzo, non esiste proprio la possibilità che possa incontrarne una. Se fosse capace della prima forma di disprezzo, quella sgradevole, sarebbe almeno l’uomo della grande nausea, o del grande rifiuto, ma l’ultimo uomo non è l’uomo del rifiuto, è l’uomo dell’ammiccamento che ha inventato la felicità «Noi abbiamo inventato la felicità – dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio»[5]. La loro felicità è la felicità dell’adattamento al mondo [Weltanpassung] e nel loro adattamento hanno dimenticato il divenire e la possibilità del superamento, ed ecco perché l’ultimo uomo [Letztemensch] è l’antitesi dell’oltreuomo [Übermensch]. Così, se la vita è il divenire incessante che contempla l’annientamento tragico anche dei tipi migliori, l’ultimo uomo cerca la sua modesta felicità domestica con uno sguardo sempre molto attento alla salute. L’attenzione alla salute marca uno dei tratti più moderni dell’ultimo uomo che è poi l’uomo più duraturo, la vita adesso si allunga e si resta sempre giovani. Si tratta dell’uomo della grande moderazione, dell’uomo del benessere, quell’uomo che fa del proprio corpo una macchina prestazionale sempre più efficiente basata sull’idea regolativa del Fitness. L’ultimo uomo gode dei risultati eccellenti di una carriera vorace, progetta vacanze in luoghi esotici che però sono sempre più somiglianti a centri commerciali climatizzati alla perfezione. La stessa cultura viene neutralizzata e climatizzata, così il momento della sua diffusione globale coincide con la massima inefficacia critica. La cultura, diventando merce, viene come tale recepita e acquisita, viene percepita allo stesso modo di un vestito, di una bella casa, o di un piatto decorato bene: «Questo rapporto tra conoscenza ed i suoi fornitori ed utenti tende e tenderà a rivestire la forma di quello che intercorre fra la merce ed i suoi produttori e consumatori, vale a dire la forma valore. Il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione»[6].

Qui diventa funzionale il tema dell’autocompiacimento perché l’ultimo uomo non solo non vuole più disprezzare il presente stato di cose per meglio accoglierlo in modo acritico, ma soprattutto non deve più voler disprezzare se stesso: bisogna imparare ad amarsi, a prendersi cura della propria immagine e valorizzarla. La chiave di volta è quella di produrre, produrre sempre, al di là di un mero soggetto prestazionale, produrre dei micro-narcisi capaci di innamorarsi della propria mimesi pseudo-estetica che viene visualizzata come la vetrina di un mondo sempre più piccolo: «La terra sarà diventata piccola e su di essa saltellerà l’ultimo uomo, quegli che tutto rimpicciolisce»[7]. L’ultimo uomo rimpicciolisce il mondo perché il suo ego copre tutti gli spazi, tappa tutti i buchi ed esorcizza il reale, riformulandolo come territorio domestico. In un mondo territorializzato non c’è spazio per la tragedia, resta solo lo spazio per la felicità e per la vita mimetica, ed ecco perché gli ultimi uomini si definiscono gli inventori della felicità. È il trionfo dello spazio organizzato, del godimento unidimensionale: «Nessun pastore e un solo gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali»[8]. Si tratta del piccolo mondo dell’assicurazione e degli assicuratori, un mondo monotono e ripetitivo, ma che permette ancora il sogno e l’illusione dell’avventura e dell’esotico. Il solo negativo resta il divenire, il passare del tempo, l’oscillazione delle cose. Il flusso del tempo non viene più combattuto con la metafisica, viene combattuto attraverso la moltiplicazione dell’immagine, ed ecco perché l’uomo non può più essere inteso come creatore e neanche come un rivoluzionario, ma può essere inteso solo come un grande mediatore, un assicuratore, che vuole assicurarsi la piccola felicità ammiccando alla morte della metafisica ed alla morte di Dio. Questo perché anche l’ultimo uomo sa della morte di Dio, aspetto che Nietzsche sottolinea molto bene, ed ecco perché l’ultimo uomo si colloca molto vicino all’oltreuomo, ma è appunto l’abisso più stretto quell’abisso impossibile da attraversare: alla morte delle verità immutabili non segue nessun salto per l’ultimo uomo. Volendo cancellare il divenire tragico da tutte le cose e dal suo sguardo, l’ultimo uomo vuole assicurarsi la piccola felicità della merce, che diventa, assieme all’escremento, il vero soggetto protagonista del nuovo millennio. Il piccolo mondo è sempre più pieno di merci e di rifiuti, e questi non vanno visti come antitetici, ma sono estremamente convergenti, anzi sono quasi la medesima cosa.

L’ultimo uomo ha inventato la felicità ed indica il sentiero per raggiungerla: l’adattamento al mondo [Weltanpassung]. Una volta che l’ontologia del divenire viene cancellata e sepolta sotto la pressione costante della mobilità dell’immagine, non resta che il godimento, il godimento per la migliore offerta di felicità, una continua pubblicità ossessiva che irraggia costantemente le infinite riformulazioni di un ego mimetico. D’altra parte, cosa resta da disprezzare in un mondo che è diventato la perfetta immagine del soggetto che lo contempla?

«L’ultimo uomo pratica tutto con la massima furbizia, ma nel farlo rende tutto innocuo e mediocre, riduce tutto ad una banalizzazione generale». (Heidegger, L'eterno ritorno dell'uguale, 1937)

«La fase videofotografica ha sostituito la fase specchio. È l’effetto speciale del nostro tempo: l’estasi della polaroid, avere l’oggetto e la sua immagine. La Polaroid è la pellicola estatica, il simulacro caduto dall’oggetto reale». (Baudrillard, Amérique, 1986)


Note

[1] M. Heidegger, Nietzsche, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2018, p.242

[2] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, a cura di M. Montinari, Adelphi, Milano 2001, p. 261.

[3] H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, trad. it. di L. Gallino e T. G. Gallino, Einaudi, Torino 2016, p. 15.

[4] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, op. cit., p.155.

[5] Ivi, p. 11.

[6] J. F. Lyotard, La condizione postmoderna, trad. it. di C. Formenti, Feltrinelli, Milano 2012, p. 12.

[7] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, op. cit., p.11.

[8] Ibid.

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Marco Di Napoli

Laureato in Lettere e Filologia Moderna, studioso di strutturalismo e post-strutturalismo, si dedica da anni allo studio della filosofia contemporanea.
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