Manifesto della post-decadenza

Questo non è un manifesto decadente, perché la decadenza ha ancora un’aristocrazia e un senso: è ancora capace di decadere e di morire. Noi vogliamo negare la possibilità di un senso, vogliamo negare che possa esserci ancora la possibilità di qualcosa, che possa esserci anche la possibilità del dissenso, o della contraddizione. Ecco perché, al di là dell’aristocratica decadenza, noi vogliamo dichiarare l’esistenza della post-decadenza, incapace di decadere, incapace di morire, incapace di disperarsi. La post-decadenza è l’impossibile esistenza di ciò che è stato sepolto senza pianto due secoli fa. Noi siamo il vaniloquio incoerente di un soggetto che non esiste più, siamo il noi che non sa più esserci, che non ha più la forza di attualizzarsi.

Attraverso la post-decadenza noi vogliamo soprattutto riabilitare il pianto e le lacrime, quelle lacrime mancate di fronte al cadavere dell’essere umano – noi vogliamo rimpiangere il gesto non ancora inerziale del lacrimare. Oggi, nell’epoca dello scimmiesco auto-esaltato, quel gesto è diventato impossibile ed insostenibile come il silenzio. Un tempo la decadenza vantava ancora delle rovine e dei frammenti, aveva, soprattutto, un regno ed un’erotica della lacrima – nel post-decadente è negata tanto la grazia della putrefazione cadaverica, quando l’estasi del pianto.

Noi siamo al di là delle rovine, al di là delle strutture, siamo fuori dalla dialettica. Noi non abbiamo più neanche la forza della dispersione, siamo in una posterità priva di eredi, perché non ci sono state, né ci saranno per noi commemorazioni o festeggiamenti cimiteriali. Abbiamo assistito al tramonto di un occidente incapace di bruciare, abbiamo contemplato l’ultimo abbraccio negato della kénosis, abbiamo ricoperto i nostri volti di una cenere inconsistente ed irreale, ottenendo in cambio il plauso insostenibile della riconciliazione.

L’orrore del primo sguardo nei confronti di un mondo divenuto oggetto ci è completamente negato, adesso, oggi, l’oscurità dell’abisso è diventata una maschera estremamente rassicurante. Il post-decadente non teme più l’abisso, si compiace del suo corpo privo di peso ed incapace di precipitare nel baratro, ogni timore viene costantemente rassicurato dalla ripetizione ossessiva del progetto Gilgamesh. Solo l’oscuramento dell’uomo e solo la sua passata morte rendono ancora possibile l’inerzialità del dire – ciò che ormai viene chiamata coerenza o messa in senso altro non è che la rappresentazione collaudata di una cultura sempre più comprensibile.

Noi non abbiamo nulla da dire, non abbiamo più la forza di dire qualcosa di coerente. Noi possiamo parlare solo contraddicendoci e la nostra arte sarà un’arte mai vista. Noi non vogliamo più statue o romanzi, noi vogliamo la statuaria di un retaggio incolore, capace di perseguire, nell’intempestivo, l’ossessione di un profilo riempito da lacrime che ridisegnano il corpo secondo una vaporosa matematica gotica. La nostra stessa vita vuole essere la rievocazione di una fiamma morente, un ultimo sospiro sepolcrale che si dispera prima di entrare definitivamente nell’oblio. Noi siamo contro la traduzione dei problemi della vita in verità, noi siamo contro le formule salvifiche, noi vogliamo scrivere dell’arroganza compiaciuta di un occidente troppo vecchio per morire, vogliamo gridare della disperazione di un cadavere condannato all’azione performante ed ormai incapace di desiderare il ritorno di Basilide.

Noi siamo un canto distopico, l’estasi febbrile, la nuova normalità eterodiretta dall’assenza, imposta dalla spersonalizzazione – noi che sappiamo intenderci in maniera abbozzata e per cenni d’immagine, che ci intendiamo nel vuoto senza che esista l’intesa. Noi siamo violenza debole, mancanza denaturata dell’io, siamo l’indottrinamento liberticida che, fino al fondo del precipizio, si sforzava di standardizzaci. Noi siamo la libertà che non sa più precipitare, il superamento del senso nello spazio del possibile negato.

Lasciateci il sogno delle macerie che abbiamo superato, per impossibilità di decadere ulteriormente. Lasciateci in quello spazio in cui ogni precipitare è oltre la tradizione, che non è più in grado neppure di decomporsi, di frantumarsi, di essere contraddetta. Lasciateci in quello spazio dell’oltre ogni tradizione, che tradisce se stessa, per impeto interpretativo.

Noi siamo un contro con debolezza, impossibile, per impossibilità dell’affermazione: quel tanto che basta per rinnegarci, per contraddirci, fuori dalla trappola della logica. Nel precipizio della storia, nell’abisso della dispersione abbiamo superato la contraddizione.

Noi siamo una voce flebile dalle frasi confuse, il cui senso apparente è solo convenzione. Quindi vogliamo cantare la parola inflazionata, compulsivamente, e in sommossa resiliente, rifuggire finemente dagli atavismi della ripetizione, dalle costruzioni, con rassegnata cura dell’abbandono. Ma abbandono a cosa? Chi può recuperi pure il recuperabile, in contraddizione – in ossequio alla contraddizione di ciò che resta nell’oltre. Non resta più nulla da creare, né da disconoscere: forse una sagoma vuota o un tratto di penna già cantato? Ciò che resta oltre il precipitato è di chi accetta la dissoluzione nel niente (che non sarà mai più veramente un qualcosa) del reale, nell’inflazione di colori morti e di suoni di plastica, in pasto a un profilo della meccanica celeste.

Cosa recuperare? Cosa nobilitare a un qualcosa, sia pure provvisorio, per i bisogni della nuova scimmia? Vi lasciamo ciò che resta (sic!) di questo grande inganno del reale, alla sua proskýnesis infantile. Qualcuno si prenda pure il precipizio incapace di precipitare, senza resistenza, a basso costo. Qualcuno rivendichi pure quel senso non pensabile che ci strapparono un pomeriggio d’estate.

Noi siamo lo spirito della confusione, di primi del secolo troppo oltre la fin de siècle. Noi siamo i primi del secolo – senza che ciò comporti una dichiarazione d’identità –, solo per metterli da parte astoricamente: siamo nella trama della mancanza di storia, nella trama sospesa del mondo post-decadente che non si conosce: siamo quel tanto che basta per restare in pace con un qualche accenno di post-coscienza.

Noi siamo il superamento della giungla delle sovrapposizioni regionali, delle stratificazioni del reale immerse fra i sogni di un passato che non si può ricordare. Accettiamo tutto il niente che non ci sta bene, lo rivendichiamo, con la decenza di chi si accontenta – di niente –, per preservare un rigurgito di decoro: siamo nel dirupare, senza precipizio, democratico, incellofanato, senza opinione, ben venduto all’ultimo consumatore soddisfatto.

Noi siamo ciò che resta della malattia che non si può superare. Eppure siamo anche la convalescenza prolungata, siamo l’addio e il ritorno evanescente, il sonno caotico senza risveglio, un lungo parto isterico: siamo la parete bianca, una metafora fraintesa del nulla da dire. L’ordine disorganico dell’incoerenza, l’irreale paventato e l’insipiente che anima il tentativo delle cose.

Noi siamo il plausibile scimmiesco, volgarità inamidata divenuta abitudine, votata a una distruzione ridente, a un sentimentalismo autoreferenziale, al pomposo superfluo. Noi siamo verso un orizzonte di nubi, verso un’assonanza stentata, oltre i suoni confusi del quotidiano addomesticabile: siamo l’assonanza pulsante, la disfonia e la scala di grigi, oltre la ruggine del mondo, oltre la carie che anima la contraddizione – sangue scuro di una vena, che non porta da nessuna parte. Siamo oltre l’ultimo baluardo del possibile, oltre le possibilità stentate.

(In copertina: RomanyWG, Beauty in Decay)

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Marco Di Napoli

Laureato in Lettere e Filologia Moderna, studioso di strutturalismo e post-strutturalismo, si dedica da anni allo studio della filosofia contemporanea.
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Gianni Eros Russo

Dottore in giurisprudenza all'Università Federico II di Napoli, si interessa di filosofia del diritto e di filosofia politica. Scrive poesie e racconti brevi. È cofondatore e direttore di eretici.org.
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