“Fermate la produzione!” I frammenti distopici di diario di Giovanni Peli

Diario poetico, compendio intimo di rivoluzioni in sordina – forse mancate –, di disillusione. È problematico inquadrare in una definizione l’ultimo libro del poliedrico autore bresciano Giovanni Peli – da presentare, a parere di chi scrive, come poeta e musicista. Avventurandosi sul terreno modellabile della fantascienza, Peli crea un’opera complessa, ma finemente accessibile, che sfugge ad ogni avventata etichettatura. Un libro che sembra scritto di giorno, alla luce del sole pallido dei giorni di pandemia, ha inevitabilmente qualcosa del resoconto, sia pure poetico, della pagina di diario: un fantascientifico diario intimo, che è anche opera di denuncia sull’eclissi dell’uomo contemporaneo. Un diario che è inevitabilmente politico, che vuole essere letto, che ha pretesa di essere pubblico – ciò non deve stupire né essere avvertito come contraddittorio, non al tempo in cui tutti siamo abituati a condividere frammenti d’intimità con gli altri su una bacheca virtuale che, sul più celebre dei social media, chiamiamo con una certa naturalezza “diario”. Non al tempo in cui siamo tutti connessi fra di noi e connessi, al tempo stesso, ad un corpo immateriale immenso, che delle nostre singolarità è la somma: come se sentissimo, ad un gesto distratto, le “cannule” piantate nel cranio di cui l’autore scrive. Quanto c’è di distopico in un presente che sembra imporre gradualmente una rinuncia alla vita per un surrogato falsato, per molti senza dubbio più piacevole? Quanta voluttà erotica c’è in questo piacere virtuale? Quanto c’è di distopico in un mondo virtuale in cui ciascuno di noi ha la possibilità di apparire all’altro come desidera? Il mondo fantascientifico di Fermate la produzione! non è troppo lontano dal nostro presente. E mirerà ad essere in futuro storia di uomini, in una cornice post-umana. La miseria stessa del gesto rivoluzionario è storia di uomini. Non è infatti un caso che l’arboricolo sia un perdente, un rivoluzionario per se stesso, minimamente influente in un mondo in cui gli “ufficiali sanitari” e gli “ingegneri” si assicurano che la popolazione sopravviva connessa, desiderante, attaccata a “cannule” che ricreano un mondo fittizio che piace. L’arboricolo si incaricherà di staccarle, ma la sua è impresa disperata, destinata a fallire, prima ancora di compiersi. Quindi la fuga e il tentativo disperato che la vita continui fra gli alberi, con gli affetti, in un mondo esterno che continuerà ad esistere, nascosto, sognante, fra apparizioni superstiziose, divine, tecnologiche. Ma sarà un futuro per pochi.

C’è quindi, e non solo, la miseria del gesto rivoluzionario, in un presente di sedati, in cui ogni possibilità altra di vita è repressa con il piacere, con un piacere sintetico, che rende timidamente mentale la costrizione fisica degli addetti all’ordine pubblico. D’altronde ogni tentativo liberazione dalle catene del piacere non è che un processo mentale; ed è un processo nel quale si fanno i conti puntualmente con la sconfitta: questo Giovanni Peli lo sa bene. Il tentativo di liberazione, se possibile, è un processo intimo. Così l’autore pone frammenti d’intimità fra le mani di un lettore, forse spaesato: è un lettore che riconosce la distopia nel presente in cui vive, immedesimandosi anche opportunamente nel protagonista. Non siamo forse noi tutti arboricoli, rivoluzionari d’occasione, compulsivamente irrilevanti, passionali, autoreferenziali, meravigliosamente (si fa per dire) contemporanei? Il tempo della fantascienza è il presente. La contemporaneità è finzione letteraria da leggere fra le pagine del reale. E, in questa finzione, nulla è più rivoluzionario dell’intimità: non c’è salvezza al di fuori del microcosmo chiuso degli affetti. Nella grande distopia del reale è ancora pensabile l’energia rinnovabile dell’amore. Le pagine di diario dell’arboricolo sono infatti pagine d’amore. Pagine di un universo tascabile, possibile, che mira tuttavia a comporre l’assurdo, a ricordarci l’assurdità stessa del vivere al presente. Ci resta fra le mani un compendio d’amore in frammenti, che è anche opera politica.

In un’opera politica, nella misura in cui l’amore è una risposta politica, si mette così in conto la possibilità (inevitabile?) della disillusione. Disillusione che non può non avere che l’amore per antidoto: l’amore non è mai accettazione passiva del reale. È un tema richiamato più volte dai classici – non è un caso che reminiscenze classiche siano disseminate un po’ ovunque nel corpo del testo. Così si intravede Luciano di Samosata o Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī. Si può addirittura azzardare che questo libro appartenga ad un universo sapienziale antico, che abbia una sua armonia aperta e straniante. Pagine di una storia d’amore in cui fantascienza e classicità si intrecciano, in un sogno distopico già presente – forse favola post-ideologica che mira a ricomporre un’etica, che non cela un vero e proprio tentativo di riconciliazione con la corporeità pulsante della vita. Post-umano che ambisce, favolisticamente, all’umano. La prosa apocalittica di Giovanni Peli diventa quindi lo sviluppo inevitabile del verso, l’unico confronto possibile con l’umano che mira a lambire. Sembra infatti che l’autore giochi a rinunciare al verso senza tuttavia rinunciare alla poesia. Il risultato è una prosa musicale, uno spartito distopico, un luogo ritmato degli affetti. Sullo sfondo si agita una natura rigogliosa che si ribella al post-umanesimo, che si riprende il suo spazio vitale. Ci ritroviamo così in un universo dominato dall’asperità della natura selvaggia, dal verde che si allarga negli spazi cittadini, fino al punto di inghiottirli irreversibilmente. Sta a ciò che resta dell’umano, se vuole ancora sopravvivere all’autodistruzione, battersi per nuovi spazi vitali, ritornare all’autoconservazione. Ritornare alla vita dopo i sedativi, la prosa inappetente (di oggi) di dormienti sempre connessi. Non è un ritorno al primitivo, perlomeno non ad un primitivo che non abbia per sinonimo la riscoperta della vita-civile (sia pure da intendersi come neologismo). È, in ogni caso, una civiltà lontana dai fuochi fatui del progresso tecnologico. Non c’è distopia più angosciante di quella nella quale la finzione letteraria, pur avendo i contorni volutamente poco nitidi dell’arte, sia un sogno probabile – se non addirittura un epilogo inevitabile. E quel sogno probabile ha una forte carica eversiva: in esso c’è tutto l’amore che salva dal mondo esterno. Se la grande rivoluzione arboricola mancherà all’appuntamento con la storia futura, lo stesso non potrà dirsi di quella che porterà alla creazione di un micromondo amoroso, e ancora e ancora, per secoli. Così l’arboricolo è un rivoluzionario per se stesso e per il mondo nel mondo che si impegnerà a costruire. L’arboricolo è il futuro ideologico del quale abbiamo bisogno.

A mesi di distanza dalla lettura del libro, a qualche mese dalla presentazione, ancora c’è da domandarsi fino a che punto il genere fantascientifico per Giovanni Peli sia un pretesto per tornare all’introspezione, all’uomo e, in che misura, la rivoluzione arboricola sia aspirazione – in tensione – all’umanismo. Certo è che Peli abbia tentato l’epilogo d’amore nel sogno poetico del possibile, delle possibilità salvifiche.

(Fermate la produzione! Diario di un arboricolo, Calibano, Milano 2022, €11)

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Gianni Eros Russo

Dottore in giurisprudenza all'Università Federico II di Napoli, si interessa di filosofia del diritto e di filosofia politica. Scrive poesie e racconti brevi. È cofondatore e direttore di eretici.org.
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