La sfida dell’amore

1.     La volontà di vivere

Noi ci rappresentiamo la vita con uno scopo, con un senso, con dei progetti da realizzare, con un determinato destino. E la gente soffre anche perché non trova un senso alla sua vita.

Per Schopenhauer questa non è la verità. È una nostra rappresentazione. Il grande sogno della vita è uno soltanto: la volontà di vivere. La natura fa nascere gli individui, li fa crescere, li fornisce di pulsioni che sono la sessualità per la procreazione e l’aggressività per la difesa della prole. Poi sottrae sia la sessualità che l’aggressività. Alla fine, li fa morire perché non sono più interessanti per la vita. Ogni innamoramento ha la sua radice solo nell’istinto sessuale.

Ma vediamo cosa ci dice Platone nel Simposio.

Socrate parla dell’amore mettendo sulla bocca di Diotima la propria concezione.

“Quando nacque Afrodite gli dèi tennero un banchetto… quando ebbero finito, arrivò Penia (Povertà) per mendicare qualcosa. Nel frattempo Poro (Espediente) si era ubriacato… Penia gli si sdraiò accanto, rimase incinta e partorì Amore”.

Amore è desiderio e il desiderio è mancanza. Il Simposio di Platone ha colto l’essenza dell’amore. L’amore è enigmatico perché ha anche a che fare con la follia ed è intermediario tra l’uomo e gli dèi. Sta in mezzo tra la parte razionale e la parte folle dell’uomo. La follia ci dà i beni più grandi (ad es. l’arte, l’amore) ed è più bella della saggezza.

“L’unione dell’uomo e della donna è procreazione; questo è il fatto divino, e nel vivente destinato a morire questo è immortale: la gravidanza e la riproduzione… l’amore non è amore del bello, ma di procreare e partorire nel bello… alla ricerca dell’immortalità”.

Il nostro tempo non crede più nell’amore. Ogni amore è a scadenza, è destinato a morire. Viene associato alla logica del mercato, alla categoria della merce.

2.      Il tramonto delle grandi narrazioni

A partire dagli anni ‘60 del secolo scorso avviene il tramonto delle grandi narrazioni, dei grandi ideali, delle grandi ideologie. Al loro posto subentra il consumo senza limiti dell’oggetto per realizzare il godimento immediato, unico senso della vita, proposto dal capitalismo industriale.

La salvezza dall’angoscia dell’esistenza e dalla fatica del desiderare, la si raggiunge consumando “oggetti” senza limiti, destinati a dissolversi rapidamente ed escludendo l’incontro con l’Altro. Escludendo le “cose dell’amore”.

Il discorso del capitalista ci impone la visione del desiderio che non può essere mai soddisfatto. Ci fa credere che il nuovo è nel nuovo oggetto, nel quale invece troviamo l’insoddisfazione. Se tutti gli oggetti si equivalgono, si può giungere alla conclusione che questo concetto vale anche per gli esseri umani.

I legami affettivi si presentano fragili, “liquidi” (Bauman), poco orientati a durare nel tempo. Si sciolgono e si riannodano in base ad un individualismo esasperato che cerca solo l’appagamento delle sensazioni, senza conseguenze o responsabilità, tensioni e frustrazioni. Lo stile di una vita liquida attrae molte persone, perché l’amore richiede un impegno continuo e non è facile farlo durare per sempre.

Se si perde una persona, dovrebbe essere sostituita il più rapidamente possibile. Questa è la versione nichilistica del desiderio, come perenne insoddisfazione. È il discorso dell’anti amore.

Scrive Lacan che facciamo parte della colonna dei ciechi raffigurata nel dipinto di Brueghel e ci avviamo verso un precipizio.

La nostra è un’epoca di crisi di valori condivisi: ciascuno è col proprio Io, col proprio godimento, col proprio cellulare, con le proprie connessioni, però fuori dalle connessioni con l’altro.

L’erotismo ha raggiunto una sua autonomia, si è liberato dalla essenziale funzione riproduttiva del sesso legato all’amore, manifestandosi come desiderio che vive con sé stesso, alimentando continuamente nuovi sogni, nuove fantasie, nuove aspirazioni senza finalità o limiti.

Abbiamo perso la gioia delle cose durevoli generate dallo sforzo e da un lavoro scrupoloso. Seguiamo la logica del mercato che si propone il consumo di oggetti sempre nuovi, senza limiti per realizzare il godimento immediato e mantenere vivo il desiderio.

Anche in amore il desiderio è destinato a morire se non si cambia continuamente partner, se non si stabiliscono nuovi legami. La seduzione del nuovo fa diventare l’amore per sempre un ideale irraggiungibile, uno slogan pubblicitario.

L’amore è strutturalmente narcisistico, è illusione in quanto amiamo nell’altro la nostra immagine ideale che ci deve essere restituita. Se diamo all’altro ciò che si ha, siamo sul piano dell’avere non dell’essere.

3.     Dinamiche di coppia

All’interno di una coppia esistono dinamiche diverse e non sempre positive. Il ricorso al mito ci offre un esempio di come si possono verificare dei problemi che impediscono di impostare un autentico e duraturo rapporto di coppia. Particolarmente significativi sono il mito greco di Narciso ed Eco e quello celtico-bretone di Tristano e Isotta.

a) Narciso ed Eco. Il mito di Narciso ed Eco rappresenta l’impossibilità di esaudire il desiderio e di formare una coppia. Narciso sottraendosi alla legge universale dell’amore, non ricambia la travolgente passione della ninfa Eco e il tribunale delle ninfe lo condanna in questo modo: “Lui ami così, né possegga mai quello che brama”. La dea Nemesi si fa garante di questa punizione, facendolo innamorare della propria immagine riflessa in una fonte ove annegherà.

Narciso viene trasformato in un fiore che porta il suo stesso nome e da qui il termine “narcisismo”, introdotto in sessuologia da H. Ellis per designare un atteggiamento patologico della vita sessuale, per cui il soggetto gode nell’ammirare il proprio corpo.

Le persone che ne sono affette tendono a esagerare le proprie capacità e i propri talenti, sono assorbite da fantasie di successo illimitato, manifestano un bisogno quasi esibizionistico di attenzione e di ammirazione. Soffrono di una eccessiva facilità ad essere feriti da eventuali commenti, giudizi critici e incontrano difficoltà ad empatizzare con i bisogni degli altri.

b) Tristano e Isotta. Sono presi da folle passione, dopo aver bevuto un filtro d’amore che era destinato a Marco, promesso sposo di Isotta, re e zio di Tristano. II re viene avvertito che i due amanti si vedono spesso in un boschetto, ove li rag- giunge, ma li trova placidamente addormentati, con la spada di Tristanoin mezzo ai loro corpi.

Marco vede in questo comportamento il segno della grande virtù cavalleresca di Tristano per cui si allontana, senza rendersi conto che si trattava di una furbizia del cavaliere innamorato. Ma la spada simboleggia anche il loro futuro destino: l’arma li ucciderà e interromperà il loro rapporto.

L’amore di Tristano e Isotta è caratterizzato dal dolore, dalla separazione, dall’impossibilità di ricongiungersi e da una memoria che spesso diventa persecutoria, una smania nemmeno tanto repressa verso un istinto di morte.

Secondo Rougemont l’altro dell’amore non è sentito come fine di un atto, di un moto, di un desiderio, ma un semplice mezzo per arrivare ad “amare l’amore”. Ciò che essi amano è l’amore, è il fatto stesso di amare. Tristano ama di sentirsi amato ben più che non ami Isotta la bionda. E Isotta non fa nulla per trattenere Tristano presso di sé: le basta un sogno appassionato. Hanno bisogno l’uno dell’altro per bruciare, ma non dell’altro come è in realtà; e non della presenza dell’altro, ma piuttosto della sua assenza” (Rougemont).

Amando non un individuo nella sua specificità, ma l’amore stesso, vengono annullati i tratti che costituiscono la peculiarità del partner. “L’amore infantile segue il principio amo perché sono amato. L’amore maturo segue il principio: sono amato perché amo. L’amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L’amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo” (E. Fromm).

“Quando c’è l’amore non si ama l’amato come un prigioniero, ma per la forza e la libertà che la sua immagine e la sua presenza suscitano in noi... tutti vorremmo una libertà prigioniera: non voglio che tu sia mio perché, quando esco di casa ti chiudo a chiave; voglio che tu sia mio perché lo desideri liberamente, perché tu sei libero di volerlo essere e come tale decidi di essere solo per me, solo mio, dedicato a me in modo esclusivo. Ogni amante vorrebbe che l’altro fosse in grado di rinnovare la sua fedeltà assoluta. Pur essendo assolutamente libero” (Massimo Recalcati).

4.      Amore che dura

Se si esce dalla catena di quest’immagine, allora ci rendiamo conto che ci sono “oggetti” sui quali il desiderio insiste e diventa insostituibile. Questo si chiama amore. E ci sono amori che durano nel tempo, che non si lasciano sostituire (ad es. l’amore per un figlio, per una donna, per un uomo).

Dobbiamo sforzarci di dare all’altro anche quello che non abbiamo. La presenza dell’altro ci apre un nuovo mondo e dobbiamo donargli ciò che l’altro vuole da noi: la disponibilità a cambiare per lui, a esplorare percorsi diversi.

L’esperienza del nuovo può avvenire in seno allo stesso, che resiste alla spinta corrosiva del godimento fine a se stesso consentendo di “rifondare l’apertura del mondo” (Heidegger).

Si pongono così le basi dell’amore fuori dalla tendenza nichilistica del nostro tempo. “L’innamorato si concede per la pura gioia di dare. La formula dell’amore eterno è ‘ancora’, che trasforma il quotidiano in un sempre” (M. Recalcati).

L’amore è un’energia che può far crescere; è l’incontro di due persone unite da un legame disinteressato che vivono nel desiderio di sconfiggere ogni forma di egoismo, di interesse soggettivo, di possesso, desiderando di avere un posto nel desiderio dell’altro e amarlo nella sua totalità.

La fedeltà in un legame amoroso diventa possibile quando l’altro è sempre lo stesso e sempre nuovo (ad es. come prendere il caffè la mattina). Il capitalista ci dice che il nuovo è in un oggetto diverso, in amore invece il nuovo è nello stesso.

Ci vuole una certa durezza, inflessibilità nel seguire il proprio desiderio e questa è anche la dimensione etica. Chi più investe nel proprio desiderio tanto più avrà. Ma il desiderio implica anche il rischio falena (farfalline notturne che attratte dalla luce si lasciano bruciare dalla fiamma della candela). Siamo attirati dall’oggetto che poi ci brucia.

5.     Filemone e Bauci

All’interno di una coppia esistono dinamiche diverse e non sempre positive. Il ricorso al mito ci ha offerto un esempio di come la coppia sia condizione necessaria ma non sufficiente “dell’emergenza amore”, per poter cantare “Ringrazio il cielo e la fortuna di quel giorno che incontrasti me” (Raf, Emozione inaspettata) e “Far di te l’indirizzo del mio cuore” (Biagio Antonacci).

La letteratura ci ha tramandato meravigliose storie di amori durati per sempre. A titolo di esempio richiamo la storia di Filemone e Bauci di cui ci parla Ovidio nel V libro delle Metamorfosi. È la storia di una coppia ormai anziana che trascorre gli anni in povertà, ma sempre sostenuta e alimentata dal vicendevole tenero amore.

Un giorno Giove ed Hermes in sembianze umane giunsero in Frigia. “Si presentarono a mille case e, cercando un posto per riposarsi, mille spranghe barrarono le porte. Una sola infine li accolse, piccola davvero, coperta di paglia e di canne palustri, ma lì uniti sin dalla loro giovinezza, Bauci, una pia vecchietta, e Filemone, della stessa età, che in quella capanna erano invecchiati, alleviando la povertà con l’animo sereno di chi non si vergogna di sopportarla”.

Gli abitanti del cielo furono invitati ad entrare e a ristorare le membra. Bauci ravviva la fiamma del fuoco, vengono loro lavati i piedi, vengono invitati a mangiare legumi dell’orto, una porzione di spalla di maiale, olive verdi e nere, corniole autunnali, invidia, radicchio, formaggio, uova, vino e frutta. “In quel mentre vedono che il boccale, a cui si è attinto tante volte, si riempie spontaneamente e il vino cresce dal fondo da sé. Turbati dal prodigio hanno paura e con le palme alzate mormorano preghiere sia Bauci che il timido Filemone e chiedono per la povertà del cibo e della mensa”.

Vogliono arricchire la tavola sacrificando l’unica oca, ma gli dèi lo proibiscono e dicono di essere numi del cielo e di voler punire gli empi. Li invitarono a salire con loro in cima al monte.

Da qui vedono che tutte le altre case sono state sommerse dalla palude, tranne la loro dimora. La vecchia casa si trasforma in un sontuoso tempio di marmo e oro pregiato. Il figlio di Saturno chiede loro di esprimere un desiderio. Dopo essersi consultati, Filemone espone agli dèi la scelta comune: “Chiediamo di essere sacerdoti e custodire il vostro tempio, e poiché in dolce armonia abbiamo trascorso i nostri anni, vorremmo andarcene nello stesso istante, ch’io mai non veda la tomba di mia moglie e mai lei debba seppellirmi”.

Giunto il giorno della loro morte, Bauci vide Filemone coprirsi di fronde, e il vecchio Filemone vide Bauci fare la stessa cosa. Si scambiarono l’ultimo saluto e la corteccia come un velo coprì i loro volti facendoli scomparire.

Ancor oggi gli abitanti della Frigia mostrano l’uno accanto all’altro quei tronchi nati dai loro corpi.

In questa storia l’amore viene presentato come un sentimento eterno e duraturo. Ma potrebbe essere l’utopia che nasconde la realtà di una saggezza antica: l’amore per sua natura tende al cambiamento e quindi anche a finire. Ciò che rimane è il desiderio di amare e l’oggetto di questo sentimento è destinato ad essere diverso.

Invece se i due soggetti della coppia riescono a mantenere la costanza di una progettualità comune, allora l’amore può durare nel tempo. Se il progetto cambia, è importante che ci sia il comune coinvolgimento, altrimenti potrebbe iniziare il processo di dissoluzione della coppia, spesso dovuto all’ingresso di un terzo.

Un esempio di questa situazione ci è offerto da Goethe in alcune pagine del romanzo Le affinità elettive. Edoardo, senza il consenso di Carlotta, decide che a casa loro venga ad abitare il Capitano, un vecchio compagno d’armi e di avventure.

Carlotta cerca di opporsi vanamente a questa richiesta del marito dicendogli: “Diamo dunque un’occhiata alla nostra vita di oggi, al passato e riconoscerai che far venire il Capitano non corrisponde pienamente ai nostri progetti, ai nostri piani, a co- me siamo sistemati... Tutto questo l’ho fatto d’accordo con te, semplicemente perché potessimo godere indisturbati una felicità desiderata con tanto ardore e ottenuta tardi... questa proposta urta la mia sensibilità, che ho come cattivo presentimento”.

La caduta della progettualità non è la sola causa della rottura e della fine di un amore. Spesso è dovuta ad un eccessivo “narcisismo” o “amor proprio” che sfocia nell’incapacità ad esprimersi, ad aprirsi all’altro per la paura di non essere capiti, di essere feriti per indifferenza e tradimento delle aspettative.

Anche il “non dire”, il reprimere ogni manifestazione di chiarezza e di sincerità, ridurre il dialogo ad aspetti convenzionali e privi di senso possono portare alla rottura della progettualità.

La crisi di coppia può essere dovuta anche alla presenza di famiglie di origine che interferiscono eccessivamente nella vita dei due partner. La crescita e l’equilibrio di una coppia si fonda sull’integrazione di ciò che ognuno porta con sé dal gruppo di origine.

Occorre trasformare la contingenza di un incontro in una necessità, il caso in un destino. “Se ci si limita al piacere, si resta in una dimensione narcisistica e non si entra in sintonia con l’altro, dal quale si cerca di trarre piacere” (Lacan). I problemi amorosi si risolvono affrontandoli nella loro realtà concreta e impegnandosi a risolverli senza schivarli.

L’oggetto non va sostituito da un altro oggetto, ma va visto nella sua insostituibilità.

L’amore non è soltanto una forma sublimata di sessualità. Una volta soddisfatto l’impulso – come la fame, la sete, il sonno, la collera – si placa, scompare. L’amore invece è uno stato permanente della mente e quanto più è soddisfatto, tanto più diventa forte.

“Il godimento sessuale del corpo si sposa con il desiderio dell’Altro... si unisce all’insostituibilità, all’intraducibilità assoluta del nome proprio o dell’amata che acquista la densità e lo spessore di un corpo. E nel momento in cui si trova tutto nell’altro e si desidera di essere riamato nello stesso modo, allora ci si arrende totalmente al proprio amore e si decide che quella è l’unica persona al mondo con la quale si vuole vivere per sempre. Ma perché l’unione duri, deve diventare progetto di vita, impegno morale, valore, senza lasciarsi condizionare dal pensiero corrente che è contrario al rischio che va evitato e l’oggetto sostituito da un altro oggetto” (Massimo Recalcati).

“Quando c’è l’amore non si ama l’amato come un prigionie ro, ma per la forza e la libertà che la sua immagine e la sua presenza suscitano in noi”. Ma “tutti vorremmo una libertà prigioniera: non voglio che tu sia mio perché, quando esco di casa ti chiudo a chiave; voglio che tu sia mio perché lo desideri liberamente, perché tu sei libero di volerlo essere e come tale decidi di essere solo per me, solo mio, dedicato a me in modo esclusivo. Ogni amante vorrebbe che l’altro fosse in grado di rinnovare la sua fedeltà assoluta. Pur essendo assolutamente libero” (Massimo Recalcati).

6.     Il perdono

“Ama il prossimo tuo come te stesso”. Per Freud non esiste altruismo nell’uomo, ma solo il desiderio narcisistico di affermare il proprio Io attraverso l’altro. Ma la realtà è diversa: esistono amori in cui il partner viene accettato nella sua identità, senza idealizzazione, senza narcisismo e desiderio di supporto al proprio Io ideale.

Sono amori durati nel tempo, hanno generato famiglia, figli, condiviso responsabilità, esperienze, progetti, dolori, gioie, fatiche.

Hanno mantenuto intenso e unico il legame erotico nel tempo, hanno lottato per mantenere fede alla promessa di un amore per sempre. Occorre superare il rischio di vivere i contrasti e i litigi come eventi traumatici e trasformarli in momenti di crescita comune. Il perdono dovrebbe essere il valore essenziale in ogni rapporto che coinvolge sia la coppia che l’intera famiglia. Le resistenze che si costruiscono sono dovute alla nostra fragilità, alla riluttanza a sopprimere il proprio orgoglio, alle giustificazioni addotte per non capire e comprendere le ragioni dell’altro.

Il perdono diventa importantissimo lungo il cammino fatto di piccole o grandi incomprensioni. È un atto disinteressato, va al di là del male ricevuto ed è un atto di benevolenza, di voler bene, “dell’orientare in alto la situazione vissuta, compresi i torti, sublimando la rabbia e proiettandola in un nuovo orizzonte amante”.

“La categoria del perdono appartiene a quella del dono... è un ‘dono completo’, un ‘dono totale pienamente attuato... non appartiene alla logica del mero dovere o della costrizione, ma a quella della generosità oblativa”1.

Il perdono è possibile quando c’è apertura all’altro, al dialogo, alla disponibilità al cambiamento, al superamento dell’egocentrismo, della durezza di cuore, dell’abbattimento delle barriere, della chiusura mentale. Si basa sulla flessibilità e sulla disponibilità al cambiamento, sulla capacità di ascolto e di comunicazione, di accettazione della differenza e della stima reciproca, sull’abilità e tolleranza.

All’interno di una coppia esistono dinamiche diverse e non sempre positive. Ciascuno di noi ha le sue debolezze e commette i suoi errori. La prima legge di natura consiste nel perdonare le nostre reciproche balordaggini.

7.      Il difficile matrimonio del profeta Osea

È un matrimonio sconcertante di cui ora parleremo. Dio aveva detto ad un suo profeta, Osea (VIII sec. A.C.), di sposarsi con Gomer, sacerdotessa dei culti pagani della fertilità. La donna, dopo aver dato a Osea due figli e una figlia, aveva abbandonato la famiglia. Sono eventi che si verificano anche ai nostri giorni.

Osea vorrebbe divorziare da lei, spogliandola nuda dell’abito nuziale nella pubblica piazza, denunziata dai suoi stessi figli, però il suo forte risentimento non riesce a spegnere l’amore che prova ancora per la sua donna.

“Ecco, la sedurrò di nuovo, la condurrò nel deserto, parlerò al suo cuore” (2,16).

Il deserto, non più come luogo di solitudine e di morte, ma di incontro. “Non mi chiamerai più mio padrone, ma mio marito”. Anche Osea ha capito di aver sbagliato essendosi comportato da padrone. Aveva preso esempio dalla testimonianza dell’amore di Dio – sposo di Israele che non intende comportar si da padrone col suo popolo.

“Ti farò mia sposa per sempre,/ ti farò mia sposa/ nella giustizia e nel diritto,/ nella benevolenza e nell’amore,/ ti farò sposa nella fedeltà/e tu conoscerai il Signore” (2, 20-25). Dalla delusione di amanti passeggeri, Gomer passerà ad un rapporto di intimità, di comunione.

Il Signore, perciò, attende sempre che l’umanità liberamente decida di “ritornare” – convertirsi per ricomporre un legame infranto d’amore. Invita le coppie in difficoltà matrimoniale a ricostruire come Osea un’armonia incrinata. In Geremia leggiamo queste parole di Dio: “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore del tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto”.

8.     Il perdono secondo il cristianesimo

La nostra logica religiosa segue il percorso “peccato - conversione - perdono”. Osea inverte l’ordine: il perdono viene prima della conversione. Agisce come Dio: Egli è sempre pronto a perdonare e a rinnovare l’alleanza d’amore con il suo popolo, anche prima che il popolo si converta.

Il Vangelo secondo Giovanni nel contesto di una discussione sul rapporto tra legge e peccato, ci fornisce una testimonianza straordinaria della giustizia e della misericordia di Gesù nei confronti di chi ha peccato.

“Gesù andò al monte degli Ulivi. Sul far del giorno ritornò al tempio e tutto il popolo si accalcava intorno a lui. Gesù si sedette e si mise a insegnare. Allora gli Scribi e i Farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio”.

Gesù ha voluto affermare che di fronte al peccatore, alla peccatrice, Dio ha un solo sentimento non la condanna, non il castigo, ma il desiderio che si converta e viva.

Dice il Signore: “Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta. I bisognosi, i poveri, quelli che aspettano una salvezza, una liberazione sono i più disponibili all’incontro col Signore, a differenza degli altri che credono di essere già liberati, salvati.

La morale evangelica accettata da Lev Tolstoij dopo la sua conversione, si manifesta soprattutto in Resurrezione.

Il principe Nekhludov seduce Ia Maslova, piccola contadina orfana, che cade in miseria e finisce in una casa di tolleranza.

Sei anni dopo viene accusata di assassinio e condannata ingiustamente. Della giuria fa parte il principe che viene preso dai rimorsi, sposa la prostituta e parte con lei per la Siberia, distribuendo le terre fra i contadini che le lavorano.

È l’amore che trionfa, ma l’amore puro, ideale, che insorge contro tutti i pregiudizi sociali, contro la tradizione, le consuetudini, la falsa morale borghese e le ingiuste sue leggi.

Lev Tolstoij ha portato il messaggio del Vangelo: “Di solo pane non vive l’uomo; ma di verità, di luce, d’amore” (Matteo 4, 4 e Luca 4, 4).

“14 marzo 1915. La vita non è solo una storia raccontata da un idiota, piena di suono e di furia, ma che non significa niente, come diceva Macbeth. La vita è un lungo pensiero. Ma, non so perché, a me non piace condividere questo pensiero con gli altri. Loro lo tirano da un lato e io dall’altro, e nessuno può sostenere questa lotta mentale per lungo tempo. Mary, una delle tante cose che ci avvicinano è che il Pensiero della Vita noi lo tiriamo dalla stessa parte, e non temiamo la solitudine che ci comporta. Adesso devo uscire, e camminare al sole. Porterò con me il quaderno degli appunti, per scriverti. Quando lo faccio, riesco sempre a riordinare le idee2.

Note

1 Mons. Carlo Rocchetta, Perdono e riconciliazione: vie di superamento delle conflittualità coniugali, https://www.centrogpdore.it/.

2 Paolo Coelho (a cura di), Khalil Gibran, Lettere d’amore del Profeta, asSaggiBompiani 2005, pag. 49.

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Giuseppe Scarane

È filosofo, pedagogista e autore. Di recente ha pubblicato "Eterno, come l'amore", "Pier Paolo Pasolini: una frontiera di libertà" e "L'uomo dopo il postmoderno. Il cambiamento del reale".
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