Questioni di logos e di potere

Mentre ci avviciniamo sempre più ad uno dei periodi più bassi della storia d'Italia, proviamo a non perdere del tutto le nostre "diottrie" dell'intelletto e approfondiamo insieme un concetto, che potrebbe essermi costato il quieto vivere.

Il concetto è: "imparare è scegliere, quindi perdere". Nella sua versione ancora più lapidaria, "imparare è perdere", senza il passaggio intermedio della scelta che, va da sé.

Imparare è perdere perché imparando qualcosa in qualche modo si restringe il campo delle possibilità, degli usi concomitanti o alternativi, dell'esplorazione del molto e dell'accesso ad un parco di contenuti che non è più tanto vasto e libero, quanto selezionato.

Che imparare sia perdere, è evidente nello studio delle lingue. Aborro con forza la frase: "La dicitura corretta è - ad esempio - cavallo". Meglio sarebbe dire: "In italiano standard si dice cavallo". Ovviamente mi rendo conto come questa formula possa apparire ridondante o comunque più pesante, ma dare il "corretto" è in realtà già tradire ogni principio di una ricerca culturale, sapiente e perché no, filosofica, che il buon insegnante dovrebbe invece trasmettere.

Vale la stessa cosa in spagnolo, diciamo pure castigliano, quando el profesor annuncia trionfante che "se dice caballo". Anche lì sarebbe opportuno sottolineare che: "In castigliano" si dice "caballo". Forse gli spagnoli, avendo avuto una lingua che è espatriata in Sud America sono facilitati nel non cadere nella trappola assolutista, ma anche i nostri dialetti dovrebbero pur insegnarci qualcosa, oltre che ad offendere virilmente le persone!

"Cavagliu/cavagl' ", non è italiano standard, ma esiste e testimonia un altro tipo di dicitura, ironicamente più prossima alla versione castigliana che a sua volta si discosta dall'argentino che rende le due "elle" di "caballo" non come "gli", bensì come "g" dolce. Un altro suono che dobbiamo mutuare dal fiorentino per capire bene con cosa abbiamo a che fare.

Ebbene, già da questo esempio è chiaro come proporre in maniera dogmatica distrugge e limita, ma bisogna fare un passo più avanti per accettare quanto ha in qualche modo fatto scalpore nella conversazione di qualche sera fa, ovvero che è l'insegnamento in sé, anche quello più intellettualmente onesto, a portare con sé il fiore del male della scelta e della perdita di senso.

Propongo quindi di condannare i discenti ad un sano, quanto angosciante, relativismo imperituro?! Pur dipendendo in qualche modo dal contesto del nostro insegnamento, in generale non è che qui si voglia suggerire di proiettare la classe, o il singolo alunno, in una impasse che lo renda inabile e inerme. Rimane però fondamentale capire che le direttive "brute" fanno proprio questo, rendono il malcapitato un "bravo soldato", non un "libero pensatore".

Per un insegnamento che sia più "trasmissione" e meno "educazione/formazione", sarebbe opportuno che i docenti perdessero il loro complesso d'atavica quanto animalesca memoria: "qua comando io" e che abbiano il coraggio di mettere in discussione anche le loro più profonde certezze.

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Sergio Procacci

Laureato in Scienze della comunicazione e Lingue e letterature moderne, ha raccontato realtà piccole e grandi attraverso i media contemporanei ed insegnato lingue in contesti accademici e non.
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