Derrida: decostruire il pensiero verso una nuova architettura

Come recita un famoso motto attribuito a Giordano Bruno, "non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia", così possiamo affermare che l'architettura è un pensiero materializzato. Proprio materializzandosi, questo pensiero si esprime, per esprimersi usa un linguaggio, con la sua grammatica: le parole sono i muri, i pilastri, le aperture, le scale e gli altri elementi che la compongono. L'architettura parla. Ma di cosa parla? E, soprattutto, di cosa parla oggi? Usando la triade vitruviana, utilitas firmitas venustas, possiamo dire che l'architettura parla dei bisogni dell'uomo, delle tecnologie atte a conferire stabilità al manufatto e infine di bellezza, gusto estetico, non solo del progettista ma anche del committente e della società del tempo. In generale parla del potere che ha creato tutto questo, ma non sempre nello stesso modo nelle diverse epoche. La rivoluzione industriale fu uno spartiacque: precedentemente infatti l'architettura, a fronte di una tecnologia relativamente meno sviluppata, raccontava, attraverso gli elementi decorativi, molto del senso estetico. L'ornamento era proporzionale al valore del manufatto. Con la rivoluzione industriale questo rapporto si rovesciò in quanto, se da una parte la tecnologia ha permesso la realizzazione di luci più ampie e altezze più elevate, dall'altra ha sacrificato l'ornamento per risparmiare tempo e denaro, tanto da renderlo un "delitto": la forma doveva seguire soltanto la funzione. La sintassi del linguaggio architettonico però rimase invariata da una fase all'altra: è il lessico e la morfologia che mutarono. Nonostante l'architettura parlasse sempre attraverso gli stessi archetipi grammaticali, col capitalismo pervenne a opere estremamente sintetiche, dalle forme pure, platoniche, di cui la Ville Savoye divenne l'icona, simbolo di un'architettura metafisica, riassunta dal celebre motto "less is more".

Le Corbusier, Villa Savoye, Francia,1931


Il razionalismo sembrò essere la risposta definitiva ai bisogni dell'uomo e la sua estetica "scatolare" ne divenne il suo simbolo ma la tecnologia si sviluppò a un livello tale che, a un certo punto, la scatola esplose. Il linguaggio non è stato più riconoscibile, i sintagmi si sono scomposti, l'architettura ora parla un'altra lingua: asimmetrie, deformazioni, scomposizioni, riassemblaggi infiniti che generano geometrie instabili, dinamiche. È il decostruttivismo, un'architettura free-style. Invece della forma che segue la funzione, ora è la funzione che segue la deformazione. È un'estetica dell'indeterminato che prefigura scenari inediti, stimolando una nuova sensibilità che non ha più le certezze assolute del Movimento Moderno, nonostante il capitalismo non si sia ancora esaurito.
Paradossalmente il senso di instabilità che queste opere trasmettono è possibile proprio grazie a tecniche e materiali estremamente strutturali, che permettono di realizzare sogni che prima erano impossibili.
Il linguaggio dell'architettura è stato decostruito come in filosofia i post-strutturalisti avevano decostruito l'architettura del linguaggio. Infatti gli architetti più blasfemi di quegli anni, forse inconsciamente intuendo lo spirito del tempo, giunsero allo stesso esito del filosofo Jacques Derrida e nel 1989 ricevettero il riconoscimento internazionale presso il MoMA di New York con la mostra di Philip Johnson "Deconstructivist Architects".
Derrida, invitato da Tschumi a collaborare al progetto del Parc de La Villette a Parigi nel 1985, gli aveva chiesto:

“Perché voi architetti siete interessati alla decostruzione, se la decostruzione è antiforma, antistruttura, antigerarchia?”
“Proprio per questo motivo”, rispose Tschumi.

L'architettura decostruttivista sembra infatti essere una metafora o addirittura un'applicazione pratica della différance derridiana, cioè la differenza e il differimento di significato tra il segno parlato e quello scritto, tra l'idea e la realtà.
Gli architetti decostruttivisti hanno smontato la metafisica razionalista, de-costruendo le idee della ripetitività e della produzione di massa, liberando infinite possibilità di giocare con forme e volumi diversi, hanno annullato la gerarchia dell'architettura tradizionale, considerata depositaria della verità assoluta. Verità che Derrida spiegò non esistere: il significato è una presenza illusoria, l'idea è platonica ma la realtà è differente. Da questo pensiero è nata un'architettura libera per costruire nuove libertà per le persone che abitano questi spazi, un'architettura chiamata oggi pluralismo moderno.

Zaha Hadid, Centro Culturale Heydar Aliyev, Baku, Azerbaigian, 2012

Bibliografia essenziale

Marco Vitruvio Pollione, De architectura
Adolf Loos, Ornamento e Delitto
Aut aut 368, Derrida un matrimonio infelice con l'architettura
Cesare De Sessa, Zaha Hadid. Eleganze dissonanti. Testo&Immagine, 1996
Philip Johnson e Marl Wigley, Decontructivist architects, Museum of Modern Art, New York, 1988

In copertina: Daniel Libeskind, Ontario Royal Museum, Canada, 2007

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Astrid Carli

Formata nel settore dell'architettura, progetto un mondo più abitabile, non solo dentro casa ma anche dentro l'anima.
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