P. Vincenzo Cilento tra cultura classica e cristianesimo

Padre Vincenzo Cilento nato a Sogliano (Matera) il primo dicembre 1903 e morto a Napoli il 7 luglio 1980, ha lasciato una traccia profonda nel panorama della cultura italiana e internazionale per la profondità dei suoi studi sull’antichità greca e sulla filosofia medioevale. Nella sua vita terrena fu schivo e riservato per indole e per educazione, rimanendo lontano dai clamori e dalla cultura-spettacolo.

Il 18 dicembre 1926, a ventitré anni, fu nominato sacerdote dei Padri Barnabiti da Monsignor Ercolano Marini, Arcivescovo di Amalfi, nella chiesa di Santa Maria del Caravaggio in piazza Dante a Napoli. Fu destinato al “Bianchi” e la sua vita s’intreccia inestricabilmente con quella del prestigioso Istituto napoletano.

Visse immerso nel raccoglimento della preghiera, dello studio e della contemplazione, simile ai mistici medievali da lui studiati, che nella “prigione” dei chiostri cercarono e trovarono la “libertà” interiore. Fu un ideale di vita da lui vagheggiato sin dagli anni giovanili ed espresso nei versi iniziali del componimento poetico “Secum morari”:

Solo, fuggir col proprio cuore, solo.

Tutto sentire e rinunziare a tutto,

dimorando con sé, con la solinga

anima: è questo il viver che m’aggrada1.

Si laureò in Filosofia con lode presso l’Università di Napoli (1930) con una dissertazione sul pensiero di Luciano Laberthonnière del quale aveva seguito gli studi umanistici e teologici.

Insegnò per oltre un trentennio varie discipline: filosofia, storia, lettere classiche e italiane al liceo; Storia e Filosofia postclassica alla Scuola di Perfezionamento in Filologia Classica presso l’Università di Napoli.

Dal 1949 al 1952 Vincenzo Cilento fu professore incaricato di storia della filosofia antica presso la Scuola di perfezionamento in filologia classica nell’Università di Napoli; nel 1955 conseguì la libera docenza di quella disciplina; fu professore incaricato di storia della filosofia medievale nell’Università di Napoli dal 1955; nel 1963 vinse il concorso per la cattedra di storia della filosofia antica nell’Università di Bari; successivamente fu chiamato all’Università di Napoli (1966) per occuparvi la cattedra allora istituita di religioni del mondo classico e di tale insegnamento fu titolare fino al 1974, anno in cui fu collocato fuori ruolo2.

L’Opera principale, che riempì gran parte della sua vita, è la prima versione integrale delle “Enneadi” di Plotino, seguita da molti contributi sul pensiero neoplatonico. Fu pubblicata, auspice Benedetto Croce, da Laterza e gli valse la nomina a Socio dell’Accademia dei Lincei. Inoltre è stato anche Socio dell’Accademia Pontiniana e della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti di Napoli.

Ha collaborato a varie riviste filologiche, italiane e straniere; fu amico di molti studiosi come Ricciardi, Doria, Picone e tanti altri, ma suo migliore amico rimase Benedetto Croce a cui dedicò numerosi scritti, e fu proprio questi, riconoscendone il valore, a fargli pubblicare, tramite la casa editrice Laterza, le sue traduzioni dell’“Enneadi” di Plotino.

Padre Vincenzo Cilento conservò sempre la sua caratteristica di prete e la interpretò come suo primo compito e sua prima missione, anche se l’attività di ordine culturale e intellettuale, nonché i riconoscimenti nazionali e internazionali attribuitigli, potevano mettere in sottordine la figura essenziale della sua opera.

Col suo insegnamento dava ai giovani una preparazione e una formazione culturale particolarmente significativa, unitamente ad una opera costante di approfondimento e di studio.

Padre Cilento rifiuta la salvezza plotiniana, intesa come “fuga di solo a solo” e non accetta di “uscir dal mondo”: il dolore terreno, il pianto delle creature non è contemplato dalle altezze imperturbabili dell’ascetismo. Le ineffabili visioni della città celeste non rendono meno sofferta e amara la partecipazione al dolore, alla desolazione, all’orrore della città terrena che durante la guerra aveva un aspetto “demoniaco”.

“Questa mia edizione – scrive Cilento nella pubblicazione alle “Enneadi” – nata or sono molti anni, crebbe e si alimentò di paura, angosce, solitudini, durante la guerra, con pochi e scarsi sussidi di studio, con un cielo giorno e notte minacciato, tra ombre di persone care che non riuscivamo neppure a seppellire. Pagine notturne, ancora ansiose di comporsi in una queta forma, venivano interrotte dall’urlo delle sirene: a quei solenni ragionari, a quell’oblio contemplativo, si sostituivano in tetre spelonche, scene di orrore dantesco di povere turbe; e qual sentimento adunasse le povere parole scritte a interpretar quell’antico e la viva pietà di quello strazio presente, io non so proprio dire; sento soltanto, confusamente, ch’erano tutta una cosa sola: ‘Anima’ e ‘Spirto’, plotinianamente, nella categoria del Divino”.

Il motivo di fondo dell’intera opera di Cilento è da rintracciarsi nel fondamentale concetto della “trasposizione”, la quale “è una sintesi a priori, che serba tuttavia la sua incognita noumenica in quanto il passato non può ritornare, per così dire, come fu, ma può essere rievocato solamente nella “è forma del presente” con le sue parole. Il divenire storico è sintesi di “sopravvivenze” e di “sopravvenienze”.

Le “sopravvivenze” sono appunto quelle posizioni del passato ancora viventi, al di là dell’epoca storica; sono realtà, idee, valori nuovi, inattesi, imprevisti che, in qualche modo, si incontrano, si equilibrano con le sopravvivenze, con le trasposizioni del passato le quali, però, possono essere rivissute, rievocate solo con le forme, con le categorie storiche e concettuali del presente.

Fu grande il contributo di Padre Vincenzo Cilento alla cultura classica contemporanea: “Esso porta in sé quel germe vitale che, superando il presente, si proietta audacemente nel futuro, per la sua stessa emblematica natura di categoria eterna... l’opera vasta e compiuta di Cilento, per l’intrinseco valore che la suggella, travalica la morte e la caducità del transeunte, acquistando, alla luce della trasposizione, una dimensione perenne che legittima l’attenzione”3.

Padre Cilento non dimenticò mai la natia Lucania “quel dolce paese che non dico” come si manifesta non solo nelle poesie, ma anche nel romanzo inedito “Il lupo mannaro’’, come non cessò mai di dimenticare i suoi affetti familiari: la madre (“Se tu tornassi mamma... da quell’esule sepolcro”), il fratello, i suoi nipoti. Bisogna ricordarlo “nella sua umiltà, come egli visse”, – come ricorda il suo confratello Padre E. Laconica – un uomo “con un animo continuamente e intensamente volto a cogliere la grandezza dell’uomo e del Divino”.

Conclusioni

Osvald Spengler ha affermato: “Siamo nati in quest’epoca e dobbiamo percorrere fino in fondo la vita che ci è stata assegnata”. È un destino che ci appartiene e che non possiamo scrollarci di dosso.

Ma dov’è il peccato originale del pensiero moderno? Scrive Stern: “Il pensiero moderno si è liberato dalla tradizione medievale e ha posto al centro della sua ricerca non il problema ontologico, cioè dell’essere, ma il problema gnoseologico, ossia della conoscenza. Ciò ha dato la possibilità all’uomo di sciogliere ogni vincolo con la fede e la teologia”.

In tal modo il pensiero moderno – salvo rare eccezioni – antepone il problema di una conoscenza razionale al problema di una sapienza sovranazionale. Da qui la presunzione della ragione umana di poter dire sull’uomo, sul mondo e persino su Dio stesso una parola ultima, definitiva.

Già negli anni del diciannovesimo secolo Nietzsche scorgeva l’avvento del nichilismo, la linea dei valori e dei sistemi di valori. Ma molto dipenderà dalla scelta che la nostra civiltà sarà capace di fare: se combattere il nichilismo o portarlo alle estreme conseguenze.

Spesso non riusciamo più a comunicare perché il nostro linguaggio manca di memoria, ha perso il contatto con l’origine, si è ammalato della banalizzazione in cui siamo sommersi.

La desolazione degli spiriti è la nuova barbarie del nostro tempo. “Invece così non può essere – ha scritto il vescovo Raffaele Nogaro – perché il cielo stellato brilla ancora e tutte le insegne della speranza garriscono al vento con impeto rinnovato. È importante riscoprire i segni e profondamente il senso dei segni. Anche la stella di Betlemme è un segno. E tutte le stelle del cielo sono grandi segni”.

E mi sembra che l’essenza del messaggio di P. Cilento sia proprio questa: per tornare a comunicare, per guarire le parole non serve qualche invenzione linguistica né alcuna nuova idea, ma un ritorno consapevole all’origine di quella parola uscita dal cuor di Dio.

La cultura di Padre Vincenzo Cilento – come ha affermato Emma del Basso – “porta in sé quel germe vitale che, superando il presente, si proietta audacemente nel futuro, per la sua stessa emblematica natura di categoria eterna... l’opera vasta e compiuta di Cilento, per l’intrinseco valore che la suggella, travalica la morte e la caducità del transeunte, acquistando, alla luce della trasposizione, una dimensione perenne che legittima l’attenzione”.

Note essenziali

1 Vincenzo Cilento, Ore di poesia, a cura di Emma Del Basso e Gerardo Sangermano, Nuove Edizioni Tempi Moderni, Napoli, 1990, p. 20, vv. 1 - 4.

2 https://treccani.it/enciclopedia/vincenzo-cilento.

3 Emma Del Basso, Translatio perennis. Figure e forme dell'antico nel pensiero di Vincenzo Cilento, pp. 201, Loffredo, Napoli 1977.

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Giuseppe Scarane

È filosofo, pedagogista e autore. Di recente ha pubblicato "Eterno, come l'amore", "Pier Paolo Pasolini: una frontiera di libertà" e "L'uomo dopo il postmoderno. Il cambiamento del reale".
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